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BLACK EYED PEAS: I FAGIOLI DEL [MAL]OCCHIO

Originari del lago Chad, e propagatisi nel corso dei secoli dalla Nigeria e nord del Cameroun in tutta l’Africa occidentale i fagioli con l’occhio (Vigna unguiculata) rappresentano ancora oggi i legumi più apprezzati di questo spicchio del Continente Nero. Alimento base di molte etnie, intorno al loro consumo si sono diffusi credenze, ritualità e tabù... e poi un giorno sono arrivati in Italia. 

E questo non ci deve stupire, poiché lo stesso Plinio il Vecchio nella sua Historia Naturalis scriveva che i fagioli contengono lo spirito dei defunti e quindi sono da considerare sacri. Per le comunità Yoruba rappresentano invece uno dei cibi preferiti delle divinità Orisha. La dea Yemaya ad esempio, madre di tutti gli Orisha, si nutrirebbe esclusivamente di black eyed beans, angurie e maiale fritto. Se per alcune etnie africane i fagioli con l’occhio sono simbolo di fertilità, elementi augurali di buon auspicio, al punto di entrare come decorazione in alcuni amuleti, per altri sono portatori di malocchio, e per questo vengono privati della buccia prima di essere cucinati e consumati. Schiacciati nel mortaio e ridotti in purée si prestano per la preparazione di beignets energetici che troviamo in molti paesi del West Africa con nomi diversi: oya, accrà, akara, acara in alcuni casi serviti ai funerali come cibo consolatorio.
I black eyed peas negli USA non rappresentano solo una pop band, ma un ingrediente importante per molti piatti afroamericani del deep South. Sbarcati nei campi di cotone insieme agli schiavi dell’isola di Gorée, divennero un cibo portafortuna, poiché veniva servito ai Negroes il primo dell’anno e spesso accompagnava la loro liberazione. L’abitudine così diffusa in molte parti del Sud America e del Caribe di servire i fagioli con l’occhio o di altre varietà, in abbinamento al riso, sarebbe stata introdotta dagli schiavi del Senegambia attraverso il thiebou niebe, il riso con i fagioli. La difficoltà di trovare però in sud America i fagioli con l’occhio (niebe) favorì l’abbinamento con altre varietà e la nascita di nuovi piatti, spesso serviti agli schiavi, come la feijoada (Brasile), il tacu tacu (Perù), i moros y christianos (Cuba) fino all’Hoppin’ John, cucinato ancora oggi come piatto festivo del Capodanno nel Sud Carolina e in Georgia.

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